Ho iniziato a giocare a basket per caso. Nato con un difetto ventricolare al cuore che fu risolto con un intervento subito a sei anni, ai miei genitori fu dunque consigliato di farmi praticare sport per favorire una crescita sana e una robusta costituzione.

Per combinazione mio fratello, sette anni più grande di me, aveva abbandonato il calcio a causa di un infortunio e aveva appena iniziato a giocare a pallacanestro e, per una questione di mera praticità, la mia famiglia decise di far praticare anche a me quello sport. Quella scelta casuale fu la mia più grande fortuna: ho iniziato a giocare a sei anni ed è stato amore assoluto a prima vista, tanto che non ho più smesso fino all’età di trentaquattro.
Avendo iniziato così presto, allenandomi sin da piccolo con mio fratello che fu per me un grande stimolo, ebbi la fortuna di imparare precocemente i fondamentali di quello sport. I dirigenti dell’Olimpia Milano, squadra storica del panorama cestistico italiano nelle cui giovanili giocava mio fratello, notarono subito un potenziale e decisero di accogliermi in squadra. All’inizio non fu semplice: la prima squadra disponibile era composta da ragazzi di undici anni e io ne avevo solo otto. Capii che dovevo fronteggiare quel gap dando il meglio di me: cercavo di imparare osservando i miei compagni e allenandomi il più possibile per tendere al loro livello, con l’obiettivo di non essere escluso e di stare in campo.

Il mio impegno e amore per lo sport fu capito e apprezzato e fui così accettato nel gruppo, conquistando fiducia e rispetto e questo è l’approccio che ho sempre tenuto dinanzi a ogni nuova situazione.
Ho sempre infatti voluto farmi conoscere per come sono e per il mio massimo impegno e disponibilità a fare squadra, cercando con umiltà di portare un valore aggiunto, anche e soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà. Appena divenuto capitano di squadra e conquistate significative vittorie, improvvisamente, a causa di un dissesto finanziario del Club, fui ceduto alla Benetton Treviso. Anche allora, traumatizzato da un cambiamento troppo radicale e imprevisto che si rifletté negativamente sulla mia vita sia professionale che personale, alla fine seppi gestire quell’evento come una ripartenza: ho dovuto accettare questa situazione, capirla, e nuovamente mettermi in un angolo per guardare e studiare, ma con la fortuna di aver già vissuto questa situazione. Accettai la sfida e, grazie anche all’arrivo a Treviso dell’allenatore che ebbi a Milano, migliorò la mia resa sul campo e al contempo l’approccio alla nuova città.
Terzo grande momento di cambiamento della mia vita sportiva avvenne all’età di circa trent’anni quando ebbi un serio problema alla mano destra per cui persi sensibilità sul pallone, non riuscendo più a tirare con quella mano. Dovevo trovare una soluzione, che certo non volevo fosse quella di abbandonare lo sport, per cui decisi di fare qualcosa che pareva impossibile, ovvero diventare mancino. Tutt’oggi fatico a spiegare come possa esserci riuscito! Questo è anche l’episodio chiave che mi ha portato oggi a essere un mental coach: la riflessione che voglio condividere è che la mente può essere capace di permettere un cambiamento tanto radicale e imponente per consentire che si realizzi qualcosa di profondamente sentito e voluto.

La mente può essere capace di permettere un cambiamento tanto radicale e imponente per consentire che si realizzi qualcosa di profondamente sentito e voluto

Ed è iniziata così la mia seconda vita professionale come motivational speaker e coach.
Il merito di quello che sono oggi lo devo a quella che è stata per me un’esperienza formativa importantissima: la condivisione, il risultato da raggiungere, il gioco di squadra, la gestione di situazione critiche, dei fallimenti stessi così come delle vittorie, la ricerca di stimoli e motivazione. Nessuno ti insegna queste skill ma semplicemente le apprendi vivendo un percorso che mi ha portato ad applicarle lungo tutto il mio cammino personale e professionale.
E quello che ho appreso in ventotto anni di carriera sportiva lo devo soprattutto agli insegnamenti ricevuti dai grandi maestri da cui ho avuto la fortuna di essere stato seguito e formato. Dai più importanti per me, Dino Meneghin e Mike D’Antoni, ho infatti molto imparato in termini di controllo, mentalità vincente, voglia di migliorarsi, capacità di gestire persone e situazioni; quella leadership insomma che a mia volta ho cercato di applicare quando mi sono trovato nella loro stessa posizione.
Sono convinto che pochissime sono le differenze fra le dinamiche sportive e quelle aziendali: esiste infatti un fattore comune, che è poi quello più importante, ovvero l’elemento umano: quando le persone lavorano assieme si formano dinamiche comuni, con ambiti di applicazione e competenze tecniche diverse ma soft skill simili.

Inoltre è determinante la motivazione. Talvolta, per motivi professionali o personali, ci troviamo ad abbassare i nostri standard demotivandoci ed entrando in un loop negativo: è proprio in questi momenti che dobbiamo saper attingere al meglio al nostro potenziale e tornare ad essere quelli di prima. E alla motivazione si lega anche l’esigenza di accrescere il senso di appartenenza e la capacità di gestire i rapporti all’interno di un gruppo, trovare il modo di far funzionare una squadra quanto più efficacemente possibile.

La principale leva motivazionale della mia vita? Indubbiamente la capacità di emozionarmi e di emozionare. Nel corso di tutta la mia carriera ho studiato imparando da coloro che erano più preparati da me, ho dunque capito e appreso. Ma quello che fa la differenza è essere costantemente mosso da passione e amore per quello che faccio, vivendo il mio lavoro come un piacere; così come mi emozionavo sul campo di basket, oggi provo forti emozioni davanti a una platea, sperando sempre di riuscire anche a trasferire agli altri le mie medesime emozioni.

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