Singolare e determinante è stato l’esordio, decisamente legato al “caso”, del mio percorso professionale: diversamente da come tradizionalmente accade, non sono infatti diventato allenatore a termine di una carriera di atleta, né di un percorso di studi dedicati. Nel quartiere di Borgo San Paolo di Torino, dove vivevo, si allenava la leggendaria squadra di pallavolo Kappa Torino e, da sempre affascinato da quello sport, mentre studiavo filosofia all’Università iniziai ad allenare la squadra dell’oratorio del mio quartiere e intrapresi poi un progetto di minivolley per le scuole elementari.

La prima tappa importante della mia carriera avvenne quando, assistente di squadra di B2 e impegnato a sviluppare un sistema computerizzato di studio della squadra avversaria, l’allenatore del noto Club di Treviso mi propose di seguirlo in Grecia. Benché mi mancassero solo due esami alla laurea, decisi subito di accettare la proposta e di divenire suo assistente. Questi due anni all’estero, in un contesto diverso e sfidante, furono per me cruciali perché compresi chiaramente che per realizzare i propri sogni bisogna uscire dal contesto, capii qual era il percorso che desideravo fare, e che soprattutto non intendevo più rimanere rilegato al ruolo di secondo allenatore.

Decisi quindi di tornare a Torino, in B1, ma in qualità di capo allenatore. Dopo una stagione ricca di vittorie, il Torino si vide costretto a vendere il titolo sportivo al Piacenza e approdai così in A1: fu questa un’altra tappa per me decisiva perché mi permise di acquisire la consapevolezza di essere effettivamente capace di fare l’allenatore, e che ero in grado di farlo anche contando solo sulle mie forze.

Il secondo grande progetto della mia carriera – che ritengo anche il mio più grande successo – fu alla guida della Nazionale in Filandaia, Paese al tempo distante dalla cultura e partecipazione pallavolistica e con una squadra che per oltre dieci anni non era stata in grado di qualificarsi nemmeno agli Europei. Dopo due anni riuscii a portare la Nazionale alla prestazione più alta della sua storia con la qualificazione al quarto posto agli Europei del 2007, una serie di vittorie ai mondiali nella stagione successiva e, cosa ancora più significativa, appassionando un enorme seguito di tifosi che da poche centinaia divennero migliaia. Per la prima volta mi ero mosso nella “dimensione” della Nazionale, con regole e approcci completamente diversi, e lo avevo fatto in un contesto, quale quello finlandese, a me completamente sconosciuto dove però il rispetto assoluto dei patti, delle regole, e la totale apertura e fiducia dimostratami si combinarono perfettamente con la mia capacità di programmazione, portando grandi risultati. È stata indiscutibilmente l’esperienza più formativa e solida che abbia mai avuto e una grande lezione anche sul piano umano: quando infatti, nel pieno del successo e a contratto ancora in corso, ricevetti e accettai la chiamata dalla Nazionale italiana, a differenza di quanto mi sarei immaginato, l’incredibile reazione della squadra finlandese fu di sincera gioia nei miei confronti poiché erano tutti consapevoli di quanto questo mio nuovo incarico fosse per me importante.

È possibile far accadere le cose se con intuizione si mantiene quella agilità che consente di affrontare ogni ostacolo

Iniziò così nel 2010 un nuovo capitolo della mia carriera, durato cinque anni, alla guida della Nazionale italiana cui dedicai tutte le mie energie. Mentre in Finlandia ebbi delega totale, poiché si trattava di costruire partendo da un “foglio bianco”, in Italia esisteva una storia “epica” segnata da numerosi successi e grandi campioni che, dopo alcuni anni di arresto, mi trovavo a dover riorganizzare e risollevare. Avviai così un progetto che mi portò a viaggiare per l’Italia per incontrare personalmente giovani sportivi e tecnici del territorio, al fine di creare una squadra che nell’arco del successivo quinquennio riuscì a conquistare sette medaglie e vide giovani promesse esordire in Nazionale ancora prima di averlo fatto in A1.

Allenare una Nazionale richiede una grande capacità manageriale e meno tecnica: il tempo per organizzare una squadra è poco, gli obiettivi sono giganteschi, le risorse vanno sapute cercare e le attività opportunatamente programmare, esiste dunque un complesso di azioni che si devono mettere in gioco per creare la prestazione. In Nazionale convivono tante “differenze” attraverso le quali si deve creare un’identità fortissima, dovendo rappresentare un intero Paese. Guidare una squadra nazionale significa quindi avere la grande responsabilità di garantire la costituzione di un’identità, che si basa su valori comuni ma con la conservazione di delle differenze dei singoli, compito straordinario che considero personalmente un grande privilegio.

Nel 2015 giunse il momento di vero dolore: il 29 luglio lasciai la Nazionale dando le dimissioni per una recidiva di mancato rispetto delle regole da parte di alcuni dei miei giocatori. Decisione profondamente sofferta, che come essere umano sinceramente non so se avrei la forza di rifare, ma che sono convinto essere stata la più giusta e utile che potessi prendere in quel momento e i fatti lo hanno dimostrato: la squadra, infatti, fu poi capace di azzerare e ritrovare un nuovo modo di stare insieme e di rispettare certe regole. A mio avviso esiste un soggetto collettivo che è più importante del singolo individuo e la cui prioritaria tutela, in realtà, garantisce anche quella di tutti coloro che ne fanno parte. Con quella decisione credo infatti di aver fatto il bene anche dei singoli giocatori: era giunto il momento di riscrivere le regole.

Abbandonata la Nazionale, profondamente ferito, avvertii l’esigenza di allontanarmi da quel mondo e di prendermi una pausa durante la quale ebbi l’occasione di ricevere l’inaspettata proposta di entrare nella Scuola Holden come Amministratore Delegato. Non era certo facile trovare un progetto più coinvolgente della Nazionale italiana e tutt’ora mi manca il mondo dello sport, così orientato alla performance e guidato dai risultati, dove hai un obiettivo chiaro e una strategia per raggiungerlo in un tempo definito. Il mio nuovo lavoro, che in fondo mantiene un tratto di continuità con quello precedente consentendomi sempre di rapportarmi con dei talenti, mi ha però permesso di vedere le cose da un punto di vista diverso e sono convinto che quello che ho fatto e imparato in questi due ultimi anni mi sarà straordinariamente utile in futuro.

Tutto il mio percorso professionale prova chiaramente come il vero motore che ha mosso ogni mia azione non sono state le competenze tecniche che, sempre accessibili, si posso facilmente e rapidamente acquisire, ma il desiderio, che si alimenta durante un’intera vita attraverso quello che hai appreso dalla tua famiglia, dagli studi, dai viaggi, dalle persone in cui ti sei imbattuto, da tutta una serie di cose dunque che ti sono capitate e che hai fatto capitare. È infatti possibile “far accadere le cose”, e non aspettare che semplicemente avvengano, se con intuizione si è in grado di sapersi muovere nel modo che si ritiene più efficace anche nei contesti più complicati e sconosciuti, mantenendo quella “agilità” che consente di affrontare ogni ostacolo e non arrestarsi mai.

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