Alla luce della mia più recente esperienza professionale, ho chiaramente recepito come la necessità più insistente di chi oggi fa business sia quella di far fronte al cambiamento, per cui si rende necessario stimolare dei comportamenti volti ad approcciarsi positivamente alle trasformazioni sempre più repentine, riuscendo a cogliere le opportunità che possono emergere anche dalle situazioni più difficili da risolvere.

Un’altra priorità è quella di creare un clima positivo in cui si lavori in team per raggiungere obiettivi definiti, ovvero riuscire a fare gioco di squadra. Sono fermamente convinto che tanto nel lavoro, qualsiasi esso sia, quanto nella vita non si va da nessuna parte se si è soli. Purtroppo però il concetto di team, a differenza di chi come me ha fatto sport, non è ancora ben compreso da tutti: l’errore più frequente che si commette è infatti pensare che fare squadra significhi andare d’accordo ma, in realtà, è semplicemente necessario avere lo stesso obiettivo e allineare le competenze. Il “fare squadra” non è infatti sinonimo di “fare gruppo”.

Lasciare giocare i propri giocatori, liberi di esprimersi: mai frenare il talento

Perché un team sia vincente, deve avere obiettivi chiari, comuni, con ruoli definiti, cui tutti devono tendere allineandovi anche le proprie mete personali. Fondamentale ritengo sia organizzare le competenze in un’ottica di sostegno e non di aiuto: mentre l’aiuto è un atto di potere – perché presuppone il dare qualcosa a chi non l’ha – il sostegno presuppone invece un reciproco allineamento e un’equilibrata integrazione di competenze e limiti. Per fare gioco di squadra è infatti indispensabile avere un sentimento altruistico: è molto più efficiente lavorare “per” piuttosto che “contro” qualcosa, e questo vale sempre, tanto nel lavoro quanto nella vita in generale: il valore aggiunto che riusciamo a portare quando ci sentiamo parte di qualcosa e ci sta a cuore un risultato comune è incomparabile.

Ma come raggiungere concretamente i nostri obiettivi? Secondo la mia opinione, alla base di tutto sta la chiara individuazione di una strategia che deve essere apertamente comunicata e condivisa: fondamentale è infatti conoscere la meta e sapere come, con chi e quando intendiamo raggiungerla. Se non conosciamo lo scopo, non possiamo infatti misurare le azioni per perseguirlo. Non dobbiamo dunque commettere l’errore, purtroppo ancora tanto frequente, di aver paura di dichiarare qual è l’obiettivo perché non c’è nulla di male a doverlo rinegoziare durante il percorso. Spesso non si dice dove si vuole arrivare semplicemente per la paura di non riuscire a raggiungere il traguardo stabilito in partenza, senza mai considerare che invece esistono sempre delle variabili lungo il percorso per cui non è mai troppo tardi aggiustare il tiro, riducendo o anche aumentando le aspettative.

Comunicata la strategia, dobbiamo poi responsabilizzare i ruoli affinché tutti si possano sentire parte essenziale del progetto.
Infine, bisogna cercare di influenzare gli altri con il proprio comportamento: un esempio positivo attraverso condotte virtuose riesce a creare un clima migliore e più facile da gestire. È importante avere capacità di parlare nei momenti giusti, di ascoltare in altri, responsabilizzare le persone che lavorano con e per te.

Per quanto riguarda la sfera comportamentale, nel mio percorso professionale mi sono raramente imbattuto in leader carenti di etica e umiltà, mentre ritengo che ancora molti passi debbano essere fatti nell’ambito della responsabilizzare delle persone, compito assai più difficile da svolgere. Tanto in azienda come nello sport e, più in generale, nella vita è infatti sempre difficile affidarsi veramente agli altri, soprattutto se si è sotto pressione e se da questa fiducia possono dipendere risultati importanti. Le nostre aziende dovrebbero dunque migliorare in tema di delega. Quando si è ‘accentratori’ e non si rispettano i confini è inevitabile creare attriti e malcontenti, derivanti appunto dalla mancata concreta dimostrazione di fiducia, per cui accade che le persone, demotivate, mollino la presa e abbandonino il progetto.

I grandi leader sono invece coloro che riescono a trattenere quell’orgoglio e impulso di gestire ogni cosa e si affidano ai propri collaboratori, pur rischiando di andare incontro a qualche sbaglio. Volendo, come mio solito, usare un parallelismo con il mondo sportivo, insisto dunque sul concetto che bisogna lasciare giocare i propri giocatori, liberi di esprimersi: mai frenare il talento. Comunicato l’obiettivo, date le indicazioni e definiti i perimetri entro cui muoversi, chi ha talento, ovvero chi ha la capacità di fare la differenza, deve essere lasciato libero di risolvere l’imprevisto, libero anche di sbagliare poiché la percentuale di successo di certe figure è comunque alta e, nel gioco degli equilibri, correre il rischio è sempre un vantaggio.

Altri contributi

,

Non smettere di sognare

/
Andrea Castronovo
,

Pensare a lungo termine

/
Maria Pierdicchi
,

Fissare sempre le regole del gioco

/
Eugenio Aringhieri
,

Imparare dalla sconfitta

/
Giacomo Sintini
,

Mai accontentarsi

/
Angelo Trocchia
,

Rinnovare nella tradizione

/
Timothy Cosulich
,

L’Imprenditore Innovatore

/
Piero Iacomoni
,

La giusta “alchimia”

/
Marina Salamon
,

Andrea Castronovo

/
La necessità di fare sistema
,

Andrea Castronovo

/
Non smettere di sognare
,

Mara Santangelo

/
Allenarsi per restare ad alti livelli
,

Mara Santangelo

/
Mai attendere il momento perfetto
,

Maria Pierdicchi

/
Pensare a lungo termine
,

Maria Pierdicchi

/
Valorizzare il proprio talento
,

Massimo Tammaro

/
La diversità: un vantaggio competitivo
,

Massimo Tammaro

/
L’equilibrio di coraggio e rischio