Anche se non avessi costituito Monnalisa, avrei comunque fatto l’imprenditore. Fin da piccolo, infatti, ho sempre dimostrato delle attitudini verso questa professione, rafforzate poi da specifiche esperienze. Ad esempio, preziosissima ai fini del mio successivo sviluppo è stata l’attività come venditore di enciclopedie porta a porta svolta durante i miei studi scolastici, così come fondamentale è stato andare in giro per il mondo ad imparare le lingue.
Una volta terminato il mio percorso formativo, non sapendo ancora se avevo conseguito o meno il diploma di perito chimico, sono partito in lambretta per un viaggio per l’Europa, che è terminato una volta giunto a Parigi dove, andato a visitare il museo del Louvre, rimasi un’intera giornata seduto di fronte al quadro della Gioconda (nota anche come Monna Lisa). Vidi così una miriade di persone che venivano a contemplare l’opera di Leonardo da Vinci: fu in quel momento che realizzai la volontà di costruire la “mia Monna Lisa”, ovvero qualcosa che tutto il mondo avrebbe un giorno ammirato.
Mosso da tale ispirazione, feci ritorno ad Arezzo, città in cui ho iniziato ad avere esperienze lavorative nel settore tessile. Proprio sfruttando le competenze così maturate che nel 1968 ho dato vita ad un’azienda artigiana: la Monnalisa di Piero Iacomoni, oggi una delle realtà imprenditoriali più importanti nella fascia alta di mercato del settore dell’abbigliamento per bambini e teenager.
L’azienda riscosse fin da subito un certo successo e le attività aziendali si espansero lungo tutti gli anni ‘70 finché, alle soglie degli anni ‘80, le aumentate dimensioni aziendali mi spinsero a rivedere la forma giuridica adottata, passando da ditta individuale a società a responsabilità limitata, in quanto da me ritenuta più idonea ad assecondare le maggiori complessità di gestione. Mediante questo passaggio fu inoltre possibile formalizzare l’ingresso in azienda di mia moglie, che si occupava dell’area stilistica. L’azienda è risultata così posseduta da me e da mia moglie, in quote paritarie sino al 1985, quando decidemmo di cedere una quota pari al 5% a ciascuno dei nostri due figli, al tempo non ancora neppure maggiorenni (12 e 13 anni). Nel 1991 si scelse infine di trasformare Monnalisa in società per azioni per le stesse motivazioni che avevano condotto alla precedente evoluzione.
All’inizio degli anni ‘90 infatti l’azienda era ormai cresciuta molto ed aveva scorporato parte delle sue attività in aziende satellite. Abbiamo dunque avvertito la necessità di meglio strutturare l’azienda leader del business, dotandola di tutti quegli apparati e strumenti propri di una S.p.A., forma giuridica che inoltre avrebbe potuto facilitare l’arrivo di nuovo capitale dall’esterno.
Nel 2010 l’amministrazione di Monnalisa è stata affidata a un direttore generale esterno al nucleo familiare, limitando dunque il ruolo della Proprietà a quello di guida e indirizzo delle attività aziendali, da svolgersi nell’ambito delle funzioni proprie del Consiglio di Amministrazione. Sia io che i miei figli, in particolare, abbiamo così dovuto apprendere come poter svolgere un lavoro di definizione delle strategie e delle politiche generali di gestione e sviluppo di Monnalisa e di suggerimento delle relative modalità di attuazione, senza operare direttamente.

Mi considero un imprenditore innovatore, perché ho avuto la volontà e l’eccezionale opportunità di cambiare più volte e di essere sempre pronto a farlo di nuovo

Fondamentale per il nostro successo è il rapporto creato con i dipendenti e i collaboratori, che giudico buono, anzi direi ottimo perché aperto e condiviso senza screzi. Di fronte ad ogni criticità l’individuazione della possibile soluzione avviene in assoluta serenità e questo in virtù della chiarezza su cui ho voluto da sempre fondare il rapporto con loro e i miei stessi figli.
Su stima, fiducia e collaborazione deve essere basata la relazione tanto tra l’imprenditore e il personale dipendente quanto tra l’imprenditore e il manager: l’azienda è innanzitutto una comunità di persone che interagiscono per l’ottenimento di un risultato, e la bontà della loro interazione determina la bontà dei risultati che si conseguono. Per questo motivo, assieme alle aziende di cui sono stato promotore, ho sempre cercato di creare anche le squadre giuste e motivate per mandarle avanti.

Lo spirito imprenditoriale altro infatti non è che intraprendere un’idea e portarla avanti, coordinando delle persone attorno ad essa, e facendo tutto ciò con estremo piacere.
Anche nel mio caso, ciò che conta non è tanto la quantità del gioco, ma la sua qualità: la produzione di Monnalisa potrebbe coprire a malapena il mercato locale, eppure gira tutto il mondo. Ma a me piace andare a Fukuoka, che è in fondo al Giappone, a Mosca, oppure essere a Los Angeles, con un prodotto che forse qualcuno è felice nel poterlo mettere a una bambina o a un bambino.
L’imprenditore, però, deve anche riuscire a condividere la sua idea e le sue passioni con le persone che collaborano con lui. E questo non è detto sia una cosa facile: lo puoi dire, ma poi ottenerlo è dura. Un conto è fin quando in azienda operano esclusivamente i componenti di una stessa famiglia, un altro è quando occorre organizzare, come nel caso di Monnalisa, oltre 250 teste differenti, o molte di più se consideriamo anche le aziende del gruppo: non è detto che tutti siano d’accordo! Portare una missione in capo ad altri e farla condividere è una bella cosa, ed è quello che più mi piace.
Negli anni ho progressivamente maturato consapevolezza circa la responsabilità sociale d’impresa ed il suo ruolo all’interno delle strategie organizzative, cercando sempre di diffonderla e condividerla con tutti i differenti stakeholder aziendali.
Di conseguenza, oggi, fin dalla fase di elaborazione della strategia e di formulazione dei propri obiettivi, Monnalisa adotta un approccio che integra gli aspetti economici a quelli legati a tematiche più strettamente sociali, nonché ambientali, nella consapevolezza che l’attenzione agli aspetti socio-ambientali dell’agire aziendale può essere una fondamentale fonte di opportunità, di innovazione e di vantaggio competitivo.

Se dovessi indicare l’obiettivo fondamentale di Monnalisa, assolutamente direi che lo scopo aziendale è fare delle belle cose che creano emozioni ai bambini e alle famiglie: mi dà gusto pensare che qualcuno goda di un prodotto che faccio io.
Tuttavia, sono sempre stato cosciente della responsabilità sociale dell’impresa e della molteplicità degli interessi che gravano su di essa. Interessi, questi, a cui Monnalisa ha da sempre cercato, prima meno e poi più consapevolmente ed in maniera strutturata, di fornire risposte concrete. Risposte, però che non sarei riuscito a dare in pari qualità e quantità senza i buoni risultati in termini economico-finanziari sino ad oggi realizzati. D’altra parte, forse, un simile andamento può essere in parte letto anche alla luce dell’attenzione prestata da Monnalisa ai diversi aspetti dell’agire aziendale. In tal senso, si potrebbe configurare l’esistenza di un circolo virtuoso tra gli andamenti positivi della dimensione economico-finanziaria e di quella socio-ambientale. In altri termini, se da un lato le performance economiche dipendono direttamente dall’attenzione posta verso i temi della responsabilità sociale, dall’altro determinate performance socio-ambientali non potrebbero essere raggiunte senza una serie di scelte economiche oculate e responsabili.
Per diventare un imprenditore di successo è importante intraprendere un’iniziativa, avere idee, portare a termine un desiderio personale, vedere qualcosa prima che lo vedano gli altri. Avere la visione, immaginare cosa c’è oltre il presente e l’osservabile. L’imprenditore vola. Il suo desiderio è riuscire a fare delle belle cose: ecco perché è un bel mestiere.
Amo infatti quello che faccio perché dirigere un’azienda con decine di collaboratori mi gratifica. Posso anche affermare che non detesto nulla: ad esempio, stare adesso qui a parlare mi piace molto, ho da fare molte altre cose e con una certa urgenza, ma mi dà soddisfazione comunicare queste cose, perché sono le mie. Addirittura mi piacciono anche le responsabilità del mio lavoro. Sono positivo, sempre.

Mi considero un imprenditore innovatore, perché ho avuto la volontà e l’eccezionale opportunità di cambiare più volte e di essere sempre pronto a farlo di nuovo. Anche quando ho sbagliato, non ho mai avuto il desiderio di tornare indietro, bensì un nuovo impulso a cambiare strada. Indubbiamente, l’innovazione è ciò che ha portato Monnalisa a quello che è oggi.
La mia idea è infatti quella che, per crescere e svilupparsi, un’azienda debba innanzitutto investire ed innovare. Anche in periodi difficili è necessario spingere al massimo, aggredendo il mercato e attuando una strategia che io definisco “di attacco”. Infatti, in quei momenti è assolutamente fondamentale credere in quello che si fa senza farsi condizionare dal mercato ove, in quel contesto, possono nascere, per aziende sane e con voglia di andare avanti investendo nel proprio business, ottime occasioni.
In linea con ciò, qui da noi la parola crisi è “severamente vietata”, semplicemente perché ogni momento di difficoltà è da noi considerato più come un’opportunità che si presenta che come una sciagura. La crisi è allora per noi uno stimolo a trovare qualche cosa di nuovo da fare. La cosa bella è che tutta l’azienda si è dimostrata d’accordo nel trovare questo qualcosa di nuovo. Conseguentemente, Monnalisa in questi anni ha apportato importanti innovazioni al proprio prodotto, ai servizi offerti e alle modalità di gestione interne ed esterne. In particolare, in riferimento al proprio sistema di offerta, le novità hanno riguardato non solo il comparto retail, ma si estendono oggi anche all’offerta abbigliamento e all’ingresso nel mondo del lifestyle.

Non ho mai avuto dubbi nel mantenere il legame col mio territorio di origine. Considerando poi l’evoluzione dell’azienda negli ultimi anni, parlare di territorio non significa più soltanto far riferimento a quello iniziale, ubicato geograficamente fra Toscana ed Umbria, ma anche agli altri ambienti sociali dove Monnalisa ha deciso di produrre, portandosi dietro il bagaglio di conoscenze e di valori che hanno da sempre contraddistinto la sua identità sostenibile.
Arezzo e la sua provincia restano comunque il territorio di riferimento per Monnalisa, che riveste un ruolo di sicuro rilievo al suo interno, sia offrendo adeguate risposte occupazionali, che realizzando diverse iniziative di carattere solidaristico e sociale.
Sempre in tema di territorio e ambiente, credo che il green thinking non sia assolutamente un ostacolo, bensì un reale vantaggio per un brand, un vero valore aggiunto. E come consueto tendo a dare concretezza al mio pensiero, oltre che a cercare di diffondere l’attenzione a questi temi.

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