Così come tanti italiani, da ragazzo volevo giocare a calcio e, divenuto abbastanza bravo, intorno ai dieci anni feci un provino e fui preso nel Bologna dove però, essendo lontano dalla mia città natale, i miei genitori non vollero mandarmi, una decisione che si rivelò poi una vera fortuna. Nell’arco di pochi anni crebbi moltissimo, tanto da perdere coordinazione e diventare impacciato al punto di non essere più adatto per quello sport: valutai così delle alternative e, dopo aver assistito ad una partita di pallavolo, me ne innamorai.

Il mio provino nel Messaggero Ravenna segnò la svolta della mia carriera: benché fossi inesperto e incapace di muovermi sul campo, il tocco naturale che avevo sulla palla fu notato dal Direttore sportivo di allora, Giuseppe Brusi, a cui devo la scoperta di un talento che non avevo idea di possedere: secondo la sua opinione, se avessi lavorato seriamente seguito da un team di allenatori capaci sarei potuto diventare un campione. Iniziai così a credere fortemente in quell’obiettivo trovandovi una grande voglia di realizzarmi e mi impegnai al massimo negli allenamenti, nello studio, nell’educazione alimentare. Talento, fisico, un’ottima scuola, tanto impegno – e sicuramente a un po’ di fortuna – fecero sì che solo dopo pochi anni esordii in serie A.

Nel 2001 mi trasferii nella Sisley Treviso, con la quale vinsi il mio primo trofeo, la Supercoppa Italia. Qui giocavano i miei idoli di ragazzino, quei fenomeni che immaginavo infallibili e il cui livello avevo paura di non poter mai raggiungere. Condividendo per due anni con loro la quotidianità, scoprii che anche i grandi campioni hanno momenti difficili e insuccessi, commettono errori e sono spesso esposti a giudizio, proprio come capitava a me: la loro vera grandezza stava nella capacità di rimettersi in gioco ogni volta con più grinta e ambizione, e questa è stata una lezione che mi ha insegnato tanto.

Un altro passo fondamentale del mio percorso è stata la convocazione in Nazionale grazie alla quale, avendo avuto l’opportunità di viaggiare in tutto il mondo, mi sono potuto aprire a culture e approcci diversi: il confrontarmi con giovani coetanei di Paesi differenti, ognuno col proprio modo di affrontare la partita, di vivere i momenti difficili così come l’entusiasmo e l’esultanza, mi ha aperto la mente e fatto crescere molto.

Il trasferimento a Perugia, dove per la prima da titolare mi fu affidato un Club, segnò un’altra tappa importante della mia carriera: divenni assieme all’allenatore il punto di riferimento per la squadra, ricevendo la responsabilità di raggiungere l’obiettivo assegnatomi dallo staff dirigenziale. Non ero più solo un giocatore, ma un punto di riferimento per tutto il team.

La consacrazione a ‘campione’ arrivò infine quando conquistai la medaglia d’oro al Campionato Europeo e vinsi, con la maglia della Lube di Macerata, lo Scudetto, la Coppa CEV e la Supercoppa taliana. Fu quello per me un periodo straordinario anche sul piano personale, avendo conosciuto nel 2005 Alessia: dopo due anni ci siamo sposati e dopo uno è nata nostra figlia Carolina.

Nel 2010 scelsi di cogliere l’opportunità di giocare in Russia e provare il ruolo di “straniero” con l’obiettivo di soddisfare, come tale, le alte aspettative che avevano nei miei confronti.

Proprio durante la stagione russa sopraggiunsero i primi sintomi di un malessere fisico, insoliti cali di zucchero, eccessiva stanchezza e un anomalo forte dolore alla schiena che però non trovavano riscontro nelle analisi e nei continui controlli medici cui ero sottoposto. Il 1 giugno 2011 mi fu diagnosticato un tumore al sistema linfatico che, impensabilmente progredito in tempi relativamente brevi, era già giunto al quarto e ultimo stadio con un alto gradi di malignità e, completamente diffuso, aveva ormai provocato gravi danni e lesioni multiple a numerosi organi e ossa. I primi quattro cicli di chemioterapia purtroppo non funzionarono a dovere, per cui ne seguirono due di alte dosi e un ultimo a dosi sovrammassimali per prepararmi al trapianto di midollo osseo.

La più grande opportunità professionale che io ho oggi è nata dalla più brutta esperienza personale che abbia vissuto

Mi trovai così dinanzi a un’inaspettata e difficilissima sfida dove la famiglia e i medici divennero la mia nuova squadra insieme alla quale fui capace di affrontare con tenacia il periodo in assoluto più duro della mia vita. In questi momenti di crisi personale ho applicato tutta la mia esperienza sportiva facendo gioco di squadra con chi mi stava vicino: dovevo essere disciplinato come in allenamento, seguire puntualmente le indicazioni di chi mi seguiva, rispettare i tempi indicati, avere fiducia, informarmi e conoscere quanto meglio possibile il mio avversario, rimanere motivato nei momenti difficili. Nello sport si dice che “una sconfitta è una sconfitta”, non è “un periodo nero”, ovvero che da un’esperienza negativa si può solo imparare per non subirla nuovamente. E così feci anche quando fui malato: isolavo i giorni negativi e festeggiavo e celebravo quelli positivi, rimanendo sempre focalizzato sull’obiettivo finale. Carolina è stata la mia ancora più importante, dandomi un’immensa motivazione: per lei e per tutta la mia famiglia non potevo permettermi di perdere. Il 23 dicembre tornai a casa in sedia a rotelle, privo di forze e anoressico, ma i progressi furono rapidi, tanto che solo a febbraio i medici mi dissero che, se avessi voluto, sarei potuto tornare gradualmente in palestra. L’8 marzo ripresi ad allenarmi e dopo solo due mesi ottenni l’idoneità agonistica.

Vinta la mia partita più importante, quella contro la malattia, non volli fermarmi e, quando a fine maggio ricevetti una chiamata dal Presidente della Trentino Volley, il Club all’epoca più forte del mondo, colsi subito l’opportunità di rimettermi in gioco. Come riserva del titolare, il grande campione brasiliano Raphael, mi allenai tutta la stagione, impegnandomi ad aiutare tutta la squadra, ma non giocando mai. Vinti il Mondiale per Club, la Coppa Italia e giunti ai playoff come favoriti per la vittoria finale dello Scudetto, in gara 4 Raphael si infortunò: da lì a sette giorni avrei dovuto giocare la finale come titolare dopo due anni di panchina. Immaginabile l’enorme pressione psicologica e preoccupazione, amplificata dalla grande attenzione in quei giorni rivoltaci dei media e dei tifosi. Ma straordinario e rassicurante fu l’approccio della squadra e dell’allenatore che liquidò il problema con una rapida frase: “Raphael si è fatto male, un dato di fatto. Noi abbiamo Jack, giochiamo con Jack, vinciamo con Jack”. E così accadde. Fui premiato come migliore giocatore della finale, sicuramente anche in virtù percorso che avevo fatto. Sino ad allora infatti mi ero sempre allenato con l’obiettivo di diventare titolare, quell’anno invece, per la prima volta, alla luce della brutta esperienza personale vissuta e della gratitudine di essere tornato a quel livello, cambiai prospettiva vivendo appieno e nel modo più giusto il ruolo di secondo palleggiatore, dimostrandomi un aiuto concreto e leale per il primo palleggiatore e remando sempre e solo per la squadra la cui risposta alla mia esigenza di supporto in finale fu direttamente proporzionata alla stima che quotidianamente mi ero guadagnato presso i miei compagni comportandomi lealmente.

Da quella vittoria sono poi nate molte cose. Ho scritto un libro insieme a mia moglie per raccontare la mia storia, perché pensiamo possa essere di aiuto a chi affronta quello che abbiamo vissuto noi. Abbiamo dato vita all’Associazione benefica Giacomo Sintini che da 5 anni raccoglie fondi per la ricerca su leucemie e linfomi realizzando progetti e portando testimonianze nei vari ospedali d’Italia, nelle scuole, nelle parrocchie, rivolgendoci soprattutto ai giovani. Infine il lavoro di oggi: attualmente opero nel campo della formazione in una delle multinazionali più importanti in tutto il mondo nell’ambito della gestione del personale. Mi relaziono con colleghi di altissimo livello, ho la possibilità di lavorare presso grandi aziende e manager di elevato profilo. E pensare che non sapevo neanche che questo lavoro esistesse!

La più grande opportunità professionale che io ho oggi è nata dalla più brutta esperienza personale che abbia vissuto. L’approccio alla mia nuova carriera è sempre guidata dal mio passato: mai arrendersi, mai cedere e andare nel panico davanti alle difficoltà, mettere invece la squadra sempre al primo posto e capire che, se hai un obiettivo personale, puoi valorizzarlo nella misura in cui sei capace di relazionarlo a uno di insieme. Allinearti, comunicare, portare valore a prescindere dal ruolo che si ricopre: così facendo è possibile inserirsi in qualsiasi nuova realtà, anche in quella che magari nemmeno conosci.

Svolgendo oggi una formazione sulle soft skills per figure di alto livello, ho l’opportunità di cogliere la loro incredibile visione, umiltà e accessibilità, propria di coloro che ragionano a un livello diverso dal tuo ma non facendotelo mai pesare.

In fondo, gli obiettivi manageriali sono esattamente uguali a quelli di una squadra sportiva: rispetto dei tempi, ottimizzazione delle risorse, allineamento delle competenze. È importante la consapevolezza che da soli non si va da nessuna parte e che i propri limiti sono integrati dagli altri e viceversa, che devi essere a disposizione e darti sempre da fare. In azienda come nello sport bisogna tendere a obiettivi lontani ma vivere giorno per giorno, perché la partita si vince un pallone alla volta.

In qualsiasi campo si operi, credo che il segreto del successo stia nel creare condivisione con gli altri e consapevolezza. Per me essere leader significa essere consapevole di quello che sai fare bene e dei tuoi punti deboli. Solo così si è più propensi a fare squadra e ad allinearsi con gli altri, azioni indispensabili per vincere.

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